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Giacalone in 11'
Mar. 30/10
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L'analisi politica di
Davide Giacalone,
una delle firme di Libero e Opinione.
Questa settimana su:
La cortina fiscale.
Da egemoni a subalterni.

Martedì 30 ottobre 2007

Giacalone in 11'

La Cortina fiscale

A Cortina d’Ampezzo il 79% ha votato per traslocare il comune dalla provincia di Belluno a quella di Bolzano, dalla Regione Veneto al Trentino Alto Adige. Le chiacchiere culturali, linguistiche o ambientali non c’entrano nulla, la ragione del voto è più semplice: si pagano meno tasse e ci sono più soldi pubblici. In pratica siamo riusciti a toccare l’empireo della demenza, mettendo in atto una concorrenza fiscale interna che non ci porta un tallero dall’estero. Mentre sarebbe saggio avere aree di vantaggio fiscale, talché si riproducano fenomeni come quello irlandese e si attirino investimenti dall’estero, noi riusciamo a spartirci i soldi degli italiani in modo così irrazionale da far dei referendum per cambiare ai comuni provincia e regione.

Ora, poniamo per ipotesi che vi sia del giusto e del razionale nel referendum ampezzano: in questo caso anche altri decideranno di fare la stessa cosa, raggiungendo i vicini che pagano meno e ricevono più soldi dallo Stato, per il tramite della regione. Così procedendo i confini del Trentino Alto Adige si estenderebbero sempre di più, fino al sogno unitario di ricomprendere l’intera Italia. A quel punto, però, i conti si pareggerebbero, e riunendo sotto la medesima amministrazione chi paga e chi incassa non ci sarebbe più motivo di volere far parte di quella provincia, avviandosi, pertanto, il rinculo disgregativo. Tale paradosso serve a dimostrare una cosa: se i residenti a Cortina vogliono diventar bolzanini è perché a star fuori da quel privilegio ci si perde, dal che deriva che gli italiani tutti stanno pagando troppo per favorire le province autonome di Trento e Bolzano.

L’espressione “federalismo fiscale” non mi piace, anche perché l’ultimo federalismo interessante mi pare sia stato quello di Carlo Cattaneo. Ma non ne faccio una questione nominalistica: la pressione fiscale statale deve essere ridotta drasticamente, come devono essere ridotti i trasferimenti dello Stato agli enti locali, a quel punto ciascuno tasserà i cittadini residenti in ragione di programmi e lavori che gli stessi potranno vedere ed utilizzare. Il sindaco che tassa troppo per i botti del patrono andrà a casa, o a farsi benedire. Il taglio dei trasferiementi eviterà sprechi ed il perpetuarsi di privilegi, come quello di Bolzano. L’imposizione fiscale locale renderà maggiormente verificabile il nesso fra quel che si paga e quel che si ottiene. A Cortina, a quel punto, potranno decidere quel che fare e quanto pagare, senza per questo partecipare al ridicolo sport del cambio di provincia.

 

 

Da egemoni a subalterni

Un tempo i comunisti andavano fieri della loro “egemonia”, della capacità culturale d’essere attrattivi e trascinare gli altri sul proprio terreno. I post non sono all’altezza del lascito e da anni vivono subendo l’egemonia berlusconiana. I sintomi di questa subalternità sono evidenti, se solo si pensa a temi come il bipolarismo e la concezione stessa del partito.

Non solo l’Italia non era mai stata bipolarista, ma l’intera lezione berlingueriana, come l’originaria impostazione togliattiana, ne era la negazione. Bipolarista e presidenzialista era il Partito d’Azione, piccolo. Il bipolarismo contemporaneo è un’invenzione di Berlusconi, il frutto della “discesa in campo” e della decisione di mettere assieme tutti quelli che s’opponevano alla “gioiosa macchina da guerra”. Così nasce la coalizione (che erano due) disomogenea e vincente. La volta dopo la sinistra fece la stessa cosa, e da allora ripete che il bipolarismo è un valore intangibile.

Nella tradizione della sinistra il partito è un concetto assai chiaro, di marca leninista, fatto di militanti, sezioni, gruppi dirigenti e capo. A questo soggetto Gramsci assegna il ruolo di principe, dall’archetipo machiavellico riadattato all’idea di dittatura del proletariato. Più semplicemente, il partito è la struttura che costruisce consenso e trasmette le idee politiche al popolo. La sua disciplina interna si chiama “centralismo democratico”, che contagia tutti, ad eccezione della democrazia cristiana. Nel ’93 Berlusconi crea un partito di natura opposta, con un leader che si rivolge direttamente agli elettori. Se fossero azionisti ed uno solo potesse rappresentarli, per lui sarebbe meglio, ma il loro consenso porta gli eletti, e da qui il minimo d’organizzazione necessaria. Il neonato partito democratico ripercorre la stessa strada, facendo eleggere il segretario non dagli iscritti, ma dai passanti. Il partito non è più prodotto da chi ci sta dentro, ma un prodotto che si offre al mercato.

Ciò è poco capito perché la gran parte dei sé dicenti intellettuali è orfana del mondo andato, tenuta assieme da quel trionfo del berlusconismo che è l’antiberlusconismo. Sono bastati quindici anni per fare a pezzi un’egemonia che pretendeva d’avere la storia dalla propria parte. Il dopo è da costruire, da una parte e dall’altra.

 

 

 
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